Fidarsi è bene: le tecnologie digitali possono facilitare le relazioni?

Perché non pensiamo che il conducente dell’autobus sul quale viaggiamo andrà volontariamente a sbattere contro un albero? Perché riteniamo che il nostro negoziante di fiducia non ci truffi regolarmente? Ovvero, perché gli esseri umani per lo più si fidano degli estranei che li circondano?

Queste le domande da cui parte Paul Seabright, docente di Economia all’università di Tolosa, nel suo saggio “In compagnia degli estranei. Una storia naturale della vita economica”.

L’uomo, un animale collaborativo

«L’Homo sapiens sapiens – scrive l’autore – è il solo animale che si dedica a un’elaborata condivisione dei compiti fra membri privi di correlazione genetica della stessa specie.». Certo, esistono altre specie animali che compiono lavori in collaborazione. Ma parliamo sempre di individui che collaborano con consanguinei. Solo noi uomini collaboriamo con ignoti senza temerli e questa è una delle ragioni del nostro successo sulla Terra. Possiamo infatti giovare della presenza di sconosciuti accanto a noi, supportando reciprocamente le nostre esistenze quasi in ogni attimo. Fidarsi significa dividere il lavoro, specializzarsi, condividere i rischi, creare database di conoscenze a cui tutti contribuiscono e anche comprendere una convenzione come il denaro, che senza fiducia reciproca non potrebbe esistere.

I facilitatori della fiducia

Cosa ha reso possibile questo salto? L’abilità cognitiva del calcolo razionale e l’istinto di reciprocità, che consente di non percepire a priori gli estranei come nemici, di scegliere la cooperazione e non lo scontro. Oggi gli estranei da cui dipendiamo sono l’intera comunità del villaggio globale. Abbiamo a disposizione strumenti digitali prima inesistenti che assumono il ruolo di “facilitatori” della fiducia e costruttori di reputazione pubblica.

Un esempio reale: i siti di aste online

Il caso più tipico è quello dei siti di aste online – tipo eBay – dove si compra e si vende tra persone lontane e invisibili, scambiando merci vere con moneta vera. È un sistema anonimo e impersonale ma caratterizzato da un numero minimo di truffe: risultato stupefacente di un contesto tecnologico che, attraverso la memorizzazione delle transazioni andate a buon fine, permette di misurare e mettere in pubblico la reputazione di ogni attore della compravendita. Nelle relazioni mediate dalle tecnologie digitali infatti è possibile misurare addirittura la reputazione dei singoli. La tecnologia, contrariamente a quanto alcuni sostengono, può rafforzare relazioni e cooperazione.

Paolo Strina

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